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Sabato 23 Maggio
Una giornata con Josè Maria Castillo
Ore 10.00 - Corsia dei Servi - Corso Matteotti 14 - Milano (MM1 San Babila)
Presentazione del libro «La Chiesa e i diritti umani»
Ore 10.00 - Introduzione di Vittorio Bellavite (Noi Siamo Chiesa)
Ore 10.15 - Mauro Castagnaro (Giornalista) e Teresa Ciccolini (Gruppo promozione Donna) discuteranno del libro con l'autore Josè Maria Castillo
Ore 11.30 - Interventi
Ore 12.30 - Conclusioni
Sarà presente anche l'editore Emilio Gabrielli
Ore 17.00 - Sede del Guado di Via Soperga 26 - Milano (MM Loreto)
Quali diritti per gli omosessuali nella Chiesa?
Josè Maria Castillo risponderà in libertà alle domande dei partecipanti in relazione al libro e alla tavola rotonda della mattinata.
Le ragioni di un incontro
La casa editrice Il Segno di Gabrielli ha deciso di proporre al pubblico italiano il libro La Chiesa e i diritti umani, in cui, il noto teologo spagnolo Josè Maria Castillo mette in evidenza la profonda relazione che esiste tra la crescente importanza che viene attribuita ai diritti umani e la crisi delle religioni, in particolare del cristianesimo e, al suo interno, del cattolicesimo. Alla base di questo legame ci sono le resistenze della Chiesa Cattolica, come Stato della Città del Vaticano e come confessione religiosa, ad assumere senza restrizioni i diritti umani e a promuoverli concretamente. Questa situazione genera notevoli difficoltà nella coscienza di molti e Castillo analizza fino alle estreme conseguenze le implicazioni di questo problema cruciale, che coinvolge la vita e il funzionamento della Chiesa Cattolica, così come il progresso dell'intera società civile. Si tratta in sostanza di sapere «se un'istituzione, pubblicamente accettata, riconosciuta e ufficialmente protetta dall'ordinamento costituzionale di un paese, possa organizzarsi in modo che, in virtù delle sue credenze confessionali, si crede in diritto di privare i suoi fedeli di determinati diritti che hanno come cittadini». Occorre infatti ripensare il rapporto tra la Chiesa e il potere e, in particolare, la pretesa di esercitare ancora un potere temporale che non ha nessun fondamento nelle parole di Gesù che, al contrario, nel mandare i Dodici a predicare: «Ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia,né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche» (Mc 6,8-9).
Chi è Josè Maria Castillo
Josè Maria Castillo è uno dei più prestigiosi teologi europei il cui valore è riconosciuto sia per l’attività accademica svolta nel campo dell’insegnamento universitario (già docente nella Facoltà di Teologia di Granada, e professore invitato nell’Università Pontificia Gregoriana di Roma e di Comillas a Madrid), sia per la numerosa opera scientifica pubblicata in Spagna e all’estero. La sua abbondante bibliografia raccoglie tematiche di grande interesse nel dibattito teologico attuale, apportando un valido contributo nella riflessione sul significato della Chiesa e dei sacramenti, del Concilio e della proposta cristiana. La collaborazione di Castillo con l’Università Centroamericana José Simeón Cañas di EL Salvador, lo ha portato a interessarsi alla teologia della liberazione, pubblicando alcune importanti opere sul tema, tradotte anche in italiano dalla Cittadella di Assisi («I poveri e la teologia. Cosa resta della teologia liberazione», Assisi, 2002; «Simboli di Libertà», Assisi, 1983; «Dio e la nostra Felicità», Assisi, 2002). Una delle tematiche che ultimamente hanno attirato l’attenzione del teologo Castillo è stata quella della felicità umana, una felicità sempre minacciata, in ambito cristiano, dall’ossesione del peccato e dal senso di colpa. Per Castillo l’esperienza del Dio di Gesù, un Padre che comunica vita abbondante alle persone, qualunque sia il loro comportamento, offre una visione completamente diversa dell’agire del Signore. Ciò che conta agli occhi di Dio è alleviare la sofferenza dell’uomo e promuovere la sua piena felicità. Per meglio farvi capire lo stile diretto con cui affronta gli argomenti di cui si occupa, vi proponiamo, dal sito http://www.ildialogo.org un suo recente interevento dedicato all'atteggiamento del magistero cattolico di fronte alla crisi finananziaria iniziata nel 2008.
La crisi. Il silenzio della Chiesa
Diamo per assunto che è rischioso affermare che il papa, i cardinali e i vescovi, così come sono, non abbiano detto nulla riguardo un tema di cui il mondo intero parla con preoccupazione e angoscia. Senza dubbio il papa e i vescovi ne hanno parlato. Ma il fatto è che l’opinione pubblica conosce perfettamente la posizione della gerarchia riguardo l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, l’omosessualità, l’uso dei contraccettivi, la scelta dell’istruzione per i cittadini, ecc., mentre la gente non ha idea di ciò che pensino i vescovi rispetto alla crisi del sistema finanziario, la crisi delle banche, l’impennata dei prezzi, la disoccupazione, lo smaltimento dei rifiuti, la sete di potere che, secondo il Commissario degli Affari Economici della Unione Europea, Joaquìn Almunia, è alla radice di questa crisi, assai profonda, oscura e di estrema gravità.
È vero che le questioni di ordine economico presuppongono conoscenze tecniche, che non sono alla portata di tutti, né tanto meno dei vescovi che si suppone abbiano ricevuto la necessaria formazione e preparazione ad informare, come pastori, i fedeli su ciò che devono pensare in relazione alle proprie scelte di vita e di coscienza. Siamo d’accordo sul fatto che siano gli economisti a parlare di economia. Ma, se questo criterio è corretto, saranno i biologi a parlare di biologia. Perché allora i vescovi si esprimono con tanta sicurezza su questioni come le cellule staminali, il termine della vita, gli esperimenti scientifici su embrioni e sulla fecondazione in vitro, se la maggior parte dei prelati si intende di biologia meno di quanto non si intenda di economia ?
Sinceramente, temo che il silenzio dei vescovi sui temi economici non sia dovuto a semplice ignoranza, ma ad altre oscure motivazioni. Perché affermo questo? Pochi giorni fa, il presidente del Parlamento Europeo ha dichiarato senza giri di parole: «Non si possono dare 700.000 milioni (di dollari) alle banche e dimenticarsi dell’uomo». Perché questa somma così grande di denaro viene riservata ai ricchi affinché si sentano più sicuri e tranquilli nella loro condizione privilegiata, mentre, come ben sappiamo, abbiamo ancora 800 milioni di esseri umani che vivono con meno di un dollaro al giorno, che quindi vivono in condizioni disumane con limitate prospettive di vita.
Ebbene, lo scandalo è che i politici denunciano l’atrocità di una “economia canaglia” (Loretta Napoleoni), proprio quando coloro che si ritengono i rappresentanti ufficiali di Cristo in terra non alzano la voce contro una vergogna simile. È scontato che io non abbia le soluzioni necessarie per questa situazione critica che stiamo vivendo, e non sia preparato a fornirne di adeguate. L’unica cosa che posso (e devo) dire è che nella Chiesa abbondano i funzionari e scarseggiano i profeti. Ho l’impressione che, in questo momento, per uscire dal ginepraio in cui siamo finiti, ancor più importante della conoscenza degli economisti, sia l’audacia dei profeti, capaci di informare sull’origine della cupidigia che, come ho già detto, è alla radice del disastro che stiamo subendo.
Tutti sappiamo che la Chiesa denuncia l’ingiustizia. Il problema è che utilizza un linguaggio troppo generico, come quello del presidente Bush, quando auspica una giustizia duratura. Nessuno dubita delle buone intenzioni del papa. E neanche della sua grande personalità e del suo prestigio mondiale. Ma la questione è che il papa è il capo supremo di una istituzione presente nel mondo intero e si sforza di mantenere le migliori relazioni possibili con i responsabili dell’economia e della politica di ciascun paese. Ebbene, dal momento in cui la Chiesa ha adottato questo approccio, è impossibile per lei esercitare quella missione profetica a difesa dei poveri e delle persone maltrattate dalla vita e dai poteri di questo mondo. Chiunque legga con attenzione i vangeli sa che Gesù, davanti alle autorità e ai ricchi del suo tempo, non si comportò mai come le gerarchie ecclesiastiche si stanno comportando oggi rispetto a questa economia canaglia che sta rovinando il mondo.
È evidente che le preoccupazioni di Gesù erano molto diverse da quelle della Chiesa di oggi. Si deve verificare una catastrofe economica come quella che stiamo vivendo, perché ci endiamo conto di quali siano i reali interessi degli "uomini della religione". Essi dovrebbero utilizzare il linguaggio della giustizia e della solidarietà, che è quello appropriato per i nostri tempi, ma non alzano la voce quando temono che gli interessi della religione possano essere messi in pericolo.
Questo è quanto, la conclusione è chiara: l’istituzione religiosa è più preoccupata di assicurare la stabilità e il buon funzionamento della religione, che perdere la faccia (con tutto ciò che comporta) per coloro che se la passano peggio. E se questa è la conclusione logica, il risultato è evidente: i ricchi si sentono sicuri, i poveri rimangono immersi nella loro miseria e la religione, con i suoi templi e i suoi funzionari, mantiene il suo corso, nonostante essa stia diventando ogni giorno più vecchia e senza forze.
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